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16 febbraio 2019 - ore 18:01

LA VIOLENZA NELLA COPPIA: LA VISIONE SISTEMICA DELLA COMUNICAZIONE

di Maria Felicia Amato

Una visione sistemica della dinamica di coppia alla base di una relazione di tipo violento, può essere utile per comprendere la complessità delle interazioni che caratterizzano un fenomeno ormai dilagante. A tal proposito un approccio interessante sembra quello che si interroga su quali siano gli effetti pragmatici della comunicazione umana e cioè come e quali realtà vengano create attraverso di essa e come tale punto di vista possa essere applicato alla violenza nella coppia.
Un recente articolo (Sundarajan & Spano, 2004) sottolinea come raramente la violenza nelle relazioni di coppia sia stata analizzata come il risultato della co-costruzione della comunicazione all’interno di essa e propone di esaminarla alla luce della prospettiva della teoria della Gestione Coordinata dei Significati (Coordinated Management of Meaning – C.M.M.), sottolineandone la tesi centrale secondo la quale gli eventi sociali vengono creati e ricreati attraverso i processi della comunicazione umana ed in cui la violenza nella coppia è descritta attraverso il modo in cui è creata, sostenuta ed interrotta, attraverso la comunicazione dei partner.
Su questa base, a differenza di quanto proposto dalle ricerche precedenti sulla violenza nella coppia, focalizzate per lo più sulle ragioni che spingono l’uomo ad essere violento e la donna a rimanere in una relazione abusante (Gondolf, 1999), la violenza viene trattata come un pattern di interazioni sociali che si sviluppa in e attraverso processi comunicativi chiedendosi come le relazioni divengano abusanti e, influenzando fisicamente ed emotivamente la donna, è importante comprendere il processo mediante il quale essa diventi una parte “normale” di alcune relazioni.
Nei casi di violenza di coppia ha senso ipotizzare che, almeno all’inizio, sia l’uomo che la donna sanzionino l’abuso. Ad esempio, la maggior parte degli uomini coinvolti in una relazione intima non abuserebbero, né fisicamente né emotivamente, la donna che amano e la maggior parte delle donne non tollererebbe o giustificherebbe la violenza. Quindi, come mai la violenza diventa una parte “normale” di alcune relazioni?
I significati che ogni individuo porta nelle relazioni, lo guidano ad interpretare un evento in un certo modo, ad osservare alcune cose e a sottovalutarne altre e questo determina il modo di comportarsi e di interpretare gli eventi. Ciò accade quando una persona agisce in un certo modo perché sente che è l’unica scelta possibile per quella situazione.
L’articolo propone l’ipotesi secondo la quale le donne pongano la relazione come contesto per la propria definizione di sé e che, come risultato, neghino i propri desideri, le proprie richieste ed i propri bisogni con lo scopo di assicurare la supremazia della relazione mentre l’uomo porrebbe come contesto dominante il Sé.
Come conseguenza, la coppia intraprende scambi linguistici che fanno in modo che il Sé della donna venga continuamente svalutato mentre quello dell’uomo acquisisca un’importanza sempre maggiore. La donna sembrerebbe “costretta” a sottostare a determinate situazioni, a scapito del suo benessere, per sostenere la relazione, abbandonando gradualmente il proprio potere di agente autonomo a beneficio dell’uomo. Ogni episodio che diminuisce l’importanza del Sé della donna mentre accresce il Sé del partner, aiuta nella co-costruzione degli episodi successivi che creano un pattern in cui l’uomo detiene più potere della donna.
Nei successivi scambi linguistici, la sua posizione di non potere all’interno della relazione consentirebbe all’uomo di mostrare la sua rabbia, negandole di fare altrettanto per paura di compromettere la relazione, il suo contesto dominante. La partner tollera le azioni violente, e invece di farsi valere, inizia ad avere paura degli scoppi d’ira dell’uomo, tentando di placarli, con l’unico scopo di non mettere a repentaglio il contesto che ha un peso maggiore nella sua attribuzione di significati.
Questi episodi, nel tempo, fortificano il pattern precedentemente stabilito, mantenendolo e confermandolo. Episodi come questi spesso si concludono con l’uomo che apostrofa la donna con nomi offensivi oppure l’accusa di aver fatto o non fatto qualcosa. Accettando divieti e regole, la donna “autorizza” il comportamento dell’uomo, il quale si sente giustificato a fare richieste sempre più assurde che, quando non soddisfatte, lo “legittimano” a reagire punendola. Un pattern di violenza verbale, e fisica, diviene così stabile nella relazione e in ogni occasione la tendenza è verso una maggiore intensità ed escalation (Berry, 2000).
Ormai la relazione si è evoluta in modo tale che le comunicazioni quasi “richiedano” la sottomissione della donna all’uomo e lei si trovi con poche scelte (se non nessuna) tranne quella di cedere alle richieste di lui, il che indebolisce ulteriormente la sua posizione nella relazione. Da questo punto in poi, basta un piccolo passo per l’abuso fisico, che di solito accade pochi mesi dopo il primo abuso verbale.
Molte delle donne coinvolte in relazioni di tipo violento, sono cresciute credendo di dover rispettare e servire gli altri, in primo luogo il partner: una “vera” donna non mette le proprie esigenze al primo posto e, in questa logica, chi è stato maltrattato pensa di aver fatto qualcosa per meritarlo. Per cui, quando accade “l’incidente”, tipicamente la donna sente di aver provocato il partner perché la coppia sta agendo in un contesto che legittima l’abuso.
A questo punto della relazione, la donna è tipicamente isolata dalla famiglia e dagli amici e si basa esclusivamente sul partner per l’affermazione di sé e per la sua percezione della realtà.
Parallelamente, si sviluppano senso di colpa e vergogna dove il primo sembra avere una funzione correttiva (Galante, 2012) nella misura in cui, una persona concentrandosi sui propri difetti e vedendosi come sbagliata, concentra i tentativi di cambiamento su di sé, pensando di poterli controllare meglio e, contemporaneamente, lascia aperta la strada del perdono dell’altro.
Per quanto riguarda la vergogna, invece, la persona sente di avere un difetto fondamentale che nessuna azione può correggere che, nei casi di violenza, risulta particolarmente dannoso perché blocca l’uscita dalla relazione: ammettere i maltrattamenti e chiuderla significherebbe anche ammettere pubblicamente il proprio fallimento come donna, madre e figlia. Significherebbe confermare di essere incapace di tenersi un uomo e perciò di non valere nulla, idea che affonda le radici nella famiglia d’origine. Siamo nel livello della biografia personale intrecciata alla cultura. Quando il partner nega la conferma delle percezioni della partner, la donna comincia a dubitare della sua sanità mentale ed è costretta a riconoscere la concezione della realtà del partner a spese della propria per non compromettere la relazione. In aggiunta alla confusione in merito alle proprie percezioni della realtà, la violenza è mantenuta nella relazione da un uomo che costantemente nega e minimizza le sue azioni violente e minacciose.
Una volta che la violenza è stata “sancita” dai partecipanti come una caratteristica continua della loro relazione, diviene sempre più difficile rompere il circolo vizioso a meno che l’ordine gerarchico dei contesti non cambi in modo fondamentale. Questo cambiamento in genere si verifica quando la donna è seriamente spaventata per la sua vita o per quella dei figli, o intensamente arrabbiata per la propria condizione. La presenza di intensa rabbia e paura crea la forza implicativa che consente alla donna di cambiare il contesto gerarchico dei significati nel tentativo di interrompere la violenza o la relazione. Tale cambiamento può avvenire quando la donna è in grado di bloccare, riformulare o uscire da episodi di violenza ridefinendo la relazione con il partner non più come dominante nella propria gerarchia di contesti e di significati.
In quest’ottica, la violenza si sviluppa attraverso pattern comunicativi interni alla coppia e non è semplicemente causata, in una logica lineare, da una cultura basata sul dominio maschile e sulla sottomissione femminile.
La cultura ed il background familiare della coppia forniscono il “materiale” per una relazione di tipo violento in termini di significati che le persone portano nella relazione. In che misura tali significati vengano espressi attraverso le azioni, e siano riflessivamente co-costruiti dalla coppia, determinerà se la violenza emergerà o meno nella relazione intima.

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